Il nuovo Pd: l’Assemblea vuole l’alleanza a sinistra. E renziani ‘abbandonano’ il...

Il nuovo Pd: l’Assemblea vuole l’alleanza a sinistra. E renziani ‘abbandonano’ il premierato

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Articolo consultabile su Repubblica.it

ROMA – Il Pd dovrebbe presentarsi alle elezioni con un’alleanza a sinistra, ma meglio correre da soli che allearsi con i centristi già prima del voto. E’ questo uno degli orientamenti condivisi che emergono dall’analisi condotta da Candidate e Leader Selection * sui mille delegati dell’assemblea Pd che si è tenuta domenica scorsa. Orientamento che si affianca alla ritrovata condivisione del no al premierato (anche i renziani sposano il parlamentarismo) e alla convinzione che stia meglio stare all’opposizione che cercare un accordo di governo con il Movimento 5 Stelle.

Ma ci sono anche questioni divisive tra i delegati della maggioranza renziana e la minoranza orlandiana: va bene allearsi con il centro per governare per i sostenitori del segretario, mentre i delegati legati al ministro della giustizia preferiscono non governare che unirsi di nuovo con i centristi. Spaccatura netta anche sul potere dei sindacati: eccessivo per i renziani, il contrario per gli orlandiani.

Eccola l’anima del nuovo Pd, nato dal congresso 2017 e portatore convinto di ‘centrosinistra’, con più sinistra che centro, ma orientato – come detto – a governare di nuovo con i centristi se fosse necessario.

Pubblichiamo qui di seguito le rilevazioni e due articoli estratti dalla newsletter Questioni primarie, che analizza i temi legati al voto, al congresso e alla mobilitazione di elettori e simpatizzanti del Pd.

Nota degli autori dello studio – “Nelle analisi proposte da Questioni Primarie non sono presenti riferimenti ai delegati dell’Assemblea Nazionale PD collegati alla mozione di Michele Emiliano. Ciò è semplicemente dovuto al fatto che il numero di rilevazioni di cui disponiamo non è sufficiente a rendere le nostre elaborazioni significative dal punto di vista statistico”.

I DELEGATI, LA RIFORMA ISTITUZIONALE E LA LEGGE ELETTORALE
di LUCIANO FASANO, Università degli Studi di Milano

Dalla nascita del governo Renzi a oggi, prima con l’approvazione dell’Italicum, poi con la riforma costituzionale Renzi-Boschi, le riforme istituzionali e la legge elettorale sono state al centro di un confronto assai serrato, che spesso si è fatto molto aspro, sia all’interno del Partito Democratico che nel centro-sinistra. Un confronto che ha portato alla luce l’esistenza di due diversi modi di intendere la democrazia rappresentativa e le sue principali istituzioni. E che ha certamente contribuito alla recente scissione consumata da Bersani, D’Alema, Speranza e gli altri fondatori di Articolo 1 – Movimento dei Democratici e Progressisti.

Al di là delle differenze di valutazione che caratterizzano i delegati in ragione delle rispettive mozioni congressuali, sul terreno delle riforme istituzionali e della legge elettorale fra il 2013, anno della prima elezione a segretario di Matteo Renzi, e oggi governabilità e rafforzamento dei poteri dell’esecutivo restano gli orientamenti prioritari per la maggioranza dei componenti dell’Assemblea nazionale. Anche se la loro prevalenza è meno marcata rispetto a quanto accadeva soltanto quattro anni fa. Nel 2013 su questa posizione si attestava il 90% circa dei delegati rispetto alla legge elettorale e il 62% rispetto alla forma di governo.


La preferenza per una legge elettorale in grado di assicurare rappresentatività alle diverse forze politiche riguardava il 23% dei delegati civatiani e il 19% di quelli di Cuperlo, mentre la centralità del Parlamento era difesa dal 79% dei delegati di Civati e dal 64% degli eletti nella mozione Cuperlo.

Fra i delegati dell’Assemblea nazionale eletta lo scorso 30 aprile, l’84% ritiene che la legge elettorale debba favorire la governabilità e il 52% considera prioritario rafforzare i poteri dell’esecutivo, preferendo il semi-presidenzialismo o il premierato all’attuale forma di governo parlamentare. E se quattro anni fa la forma di governo preferita dai delegati era l’elezione diretta del premier, forse anche perché la discussione di allora era fortemente condizionata dall’idea di modellare la legge elettorale su quella adottata per l’elezione dei sindaci, oggi si registra un ritorno di attenzione per la centralità del parlamento, anche fra le fila dei delegati di maggioranza.

Il 41% dei sostenitori di Renzi, infatti, preferisce la forma di governo parlamentare ad alternative che vadano in direzione di un rafforzamento dei poteri dell’esecutivo. E ciò probabilmente si verifica anche in conseguenza della clamorosa bocciatura della riforma Renzi-Boschi al referendum costituzionale del 4 dicembre.


Se infine consideriamo il combinato disposto di legge elettorale e riforma istituzionale, distinguendo fra coloro che sono favorevoli a soluzioni orientate alla governabilità e al rafforzamento dell’esecutivo e coloro che sono favorevoli a soluzioni finalizzate a una maggiore rappresentatività e alla centralità del parlamento, si osserva che fra il 2013 e oggi il confronto fra queste due posizioni ha visto una sensibile erosione del fronte di coloro che sono favorevoli al rafforzamento del potere esecutivo e alla governabilità.

Nel 2013, infatti, i sostenitori di una democrazia maggioritaria, fatta di esecutivi forti, coesi e stabili e di una legge elettorale in grado di favorire la governabilità, erano complessivamente il 58% dei delegati; mentre i fautori di una democrazia consensuale, incentrata sul ruolo del parlamento e su una legge elettorale in grado di assicurare la rappresentatività delle diverse le forze politiche, erano una sparuta minoranza del 7%. Oggi, a distanza di quattro anni, i sostenitori della democrazia maggioritaria sono diminuiti di 11 punti percentuali, attestandosi al di sotto della metà dei componenti dell’assemblea (48%), mentre i sostenitori della democrazia consensuale, che restano una minoranza del partito, sono aumentati di circa 3 punti percentuali, attestandosi a poco meno di un decimo della platea dei delegati (9%).

In conclusione, se la scelta per la governabilità e per un assetto istituzionale in grado di rafforzare il potere esecutivo resta un tratto caratteristico del Partito Democratico, il confronto interno al partito su questi temi si è nel frattempo polarizzato, soprattutto a causa dell’intensa lotta politica interna che ha avuto per protagonista il combinato disposto fra l’Italicum e la riforma costituzionale, e ciò ha indotto una riduzione (di oltre il 10%) di coloro che più si riconoscono nel modello di una democrazia maggioritaria. Il dibattito politico-parlamentare, sia sulla riforma della legge elettorale sia sulla riforma istituzionale, è tuttora aperto. Il vento che soffia in questo momento sembra inoltre contrario alle soluzioni che consentano di rafforzare il profilo maggioritario della nostra democrazia.

E a differenza di qualche mese fa, quando ancora non era intervenuta la sconfitta referendaria e la bocciatura della legge elettorale da parte della Corte costituzionale, vi è maggiore incertezza sulla strada da intraprendere.

LE DUE ANIME DEL PD
di PAOLO NATALE, Università degli Studi di Milano

Secondo il politologo inglese Harry Drucker, tre sono le anime che si fronteggiano da sempre all’interno delle forze politiche a trazione di sinistra, ma soltanto due sono quelle che fanno la reale differenza in termini di scelte strategico-organizzative: quella di stampo socialdemocratico-laburista e quella democratico-riformista. Perché portano con sé conseguenze essenziali sia per la forma di partito che per le politiche che esso sviluppa nella sua proposta di governo (la terza, quella etica, si miscela più facilmente con le altre due). E queste due anime, quasi due immagini di partito, sono quelle che maggiormente si fronteggiano anche nei nostri giorni, e le troviamo spesso presenti in tutte le maggiori forze politiche che si richiamano ad una tradizione progressista: Blair contro Corbyn nel Regno Unito, Schroeder contro Lafontaine in Germania, Veltroni contro D’Alema a casa nostra.

Tutte conflittualità che implicano diversi posizionamenti del proprio partito all’interno dell’arena politica, oltreché diversi modi di pensare la stessa forma-partito: “leggero” contro “pesante”. Anche tra i delegati del 2017 serpeggia una forte differenziazione che si richiama a quelle contrapposizioni, e che si possono cogliere, oserei dire piuttosto facilmente, nelle risposte che essi danno alle domande del questionario. Si tratta di diversità inconciliabili che possono essere evidenziate in riferimento sia ai temi riguardanti la forma del partito che tra quelli concernenti le politiche da adottare. Renziani contro Orlandiani. Per la prima faccia della medaglia, le evidenze sono lampanti. Vediamone brevemente le principali.

  • Chi deve eleggere il segretario? Iscritti ed elettori, come ora, per i renziani (80%); solo iscritti, per gli orlandiani (73%)
  • Chi dovrebbe decidere per questioni importanti per il partito, come le alleanze? La direzione, per i renziani (66%); gli iscritti, per gli orlandiani (67%).
  • Che alleanze elettorali nelle prossime elezioni? Con la sinistra, per gli orlandiani (92%); nessuna (40%) per i renziani.
  • Con chi tentare accordi di governo, se l’alleanza di sinistra non è sufficiente? Meglio stare all’opposizione, per gli orlandiani (53%); con il centro o il centro-destra, per i renziani (79%).

Per la seconda faccia, quella legata alle politiche da attuare, la contrapposizione è a volte quasi allarmante, tanto distanti sono le opinioni dei due gruppi di delegati.

  • Il potere del sindacato è eccessivo? È d’accordo il 70% dei renziani, contro solo il 23% degli orlandiani.
  • Il PD deve parlare a tutti gli italiani, senza barriere ideologiche? Si, per il 68% dei renziani,  soltanto il 23% degli orlandiani.
  • Il finanziamento pubblico deve limitarsi al 2 per mille dei cittadini? È d’accordo quasi il 50% dei renziani, contro solo il 25% degli orlandiani.

Infine, per quanto riguarda i valori del Partito, a fianco (finalmente) della condivisione del Lavoro (80% per entrambi i gruppi), i renziani indicano Uguaglianza e Merito in misura simile (40%), mentre gli orlandiani si concentrano sulla sola Uguaglianza (80%), e il Merito è ridotto ad un residuale 10% di scelte.

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