Un leader più forte e un partito più debole?

Un leader più forte e un partito più debole?

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Articolo consultabile su Il Mulino

di Fulvio VENTURINO

E infine il Partito democratico ha il suo nuovo/vecchio segretario nazionale. Si tratta del sesto mandato in dieci anni di vita del partito. La leadership democratica insomma si segnala per una instabilità davvero ragguardevole. Niente a che vedere con i partiti di centrodestra. Poiché però per la prima volta il segretario uscente si è ricandidato, e ha agevolmente guadagnato un secondo mandato, le persone che si sono succedute al vertice del Pd sono solo cinque: Veltroni, Franceschini, Bersani, Epifani e, dal 2013, Matteo Renzi. Franceschini ed Epifani, peraltro, sono stati semplici traghettatori, eletti dall’Assemblea nazionale senza passare per le primarie e con il compito limitato di organizzare le primarie successive. Un ruolo commissariale, toccato questa volta al reggente Matteo Orfini, che si è reso necessario per il semplice fatto che nessuno fra Veltroni, Bersani e Renzi è riuscito a portare a termine il suo mandato quadriennale.

Questo il quadro con cui si è arrivati alle primarie di domenica 30 aprile. La tabella presenta i risultati della competizione, disaggregati a livello regionale. Paradossalmente, l’esame dei risultati conseguiti dai due candidati  sconfitti costituisce un punto di osservazione privilegiato per spiegare la distribuzione del voto. Pur essendo il candidato di gran lunga meno votato, Emiliano presenta la particolarità di avere ottenuto un consenso molto diseguale nelle varie regioni. Si va da percentuali impercettibili in Liguria e Lombardia – dove le liste di Emiliano erano presenti in un ridotto numero di collegi – fino all’exploit chez soi. Nella sua Puglia, unico caso in Italia, il governatore conquista addirittura la maggioranza assoluta, relegando Renzi in seconda posizione. Anche se in misura molto meno marcata, qualcosa di simile è accaduto per Andrea Orlando. I voti da lui ottenuti a livello regionale in generale non si discostano molto dal 20% conseguito su base nazionale. La maggiore eccezione è costituita dalla regione di residenza del ministro della Giustizia, la Liguria, dove egli supera il 34%. Insomma, anche se in misura molto differente, sia Emiliano che Orlando manifestano le caratteristiche del favorite son: entrambi presentano un insediamento politico significativo e un risultato positivo in una zona particolare del paese, ma nel contempo incontrano una certa difficoltà a proporsi come leader di caratura nazionale.

I risultati di Matteo Renzi sono in larga misura una conseguenza delle prestazioni dei suoi competitori. Puglia a parte, Renzi supera abbondantemente la soglia del 60% in tutte le altre regioni. I suoi voti sono in quantità maggiore nelle regioni del nord – senza grandi variazioni eccetto la Liguria, per le ragioni già spiegate – e soprattutto nella zona rossa. In quest’ultima area, Renzi arriva in Umbria a sfondare la soglia dell’80%. È nel Centro Sud che, grazie alle buone o ottime prestazioni di Emiliano, il vincitore realizza le performance meno brillanti.

Come osservato da più parti, il risultato di domenica 30 aprile potrebbe aprire nuovi scenari per la leadership del Partito democratico. L’instabilità a cui si accennava sopra potrebbe essere da oggi contrastata dalla straripante investitura ottenuta da Renzi fra gli elettori, che fa seguito a quella non meno travolgente sancita dal precedente voto degli iscritti. Nel contempo, va rimarcato come la vittoria di Renzi sia stata conseguita in un contesto politico caratterizzato da partecipazione al ribasso. Un ribasso che si è riverberato sulla quantità di voti a sostegno di Renzi nelle primarie del 30 aprile. Con poche eccezioni – Basilicata e Calabria, oltre alla Puglia – il nuovo/vecchio leader del Partito democratico è stato investito con enormi percentuali a cui corrispondono cali talora impressionanti di voti. A livello nazionale, si tratta di oltre 600 mila elettori in meno in favore del leader. Le cause – costi di stare al governo, anti-politica, la recente scissione – sono abbastanza note. Le soluzioni di non facile attuazione. Il futuro, nel complesso, abbastanza incerto.

 

Tabella – Risultati alle primarie 2017 per regione, valori percentuali

Regione Renzi Orlando Emiliano Voti validi
Liguria 64,5 34,5 1,0 47662
Lombardia 76,6 22,3 1,1 225112
Piemonte 73,5 21,0 5,5 88899
Valle d’Aosta 71,8 20,9 7,3 1880
Nord-Ovest 71,6 24,7 3,7 363553
Alto Adige 75,6 17,3 7,1 3700
Trentino 73,1 21,4 5,6 10179
Friuli-Venezia Giulia 67,0 28,5 4,6 25422
Veneto 72,5 18,0 9,5 86737
Nord-Est 72,0 21,3 6,7 126038
Emilia-Romagna 74,0 21,9 4,1 214881
Marche 78,3 16,1 5,5 47056
Toscana 79,1 17,0 3,9 209644
Umbria 80,8 14,8 4,5 40345
Zona rossa 78,1 17,4 4,5 511926
Abruzzo 65,0 21,0 14,0 45000
Basilicata 63,2 13,1 23,7 37274
Calabria 75,7 16,4 7,9 69436
Campania 68,5 17,6 13,9 149841
Lazio 70,2 22,8 6,9 170658
Molise 63,7 13,7 22,6 11697
Puglia 34,9 10,2 54,9 148038
Sardegna 71,2 24,4 4,4 44317
Sicilia 65,0 21,0 14,0 115000
Centro-sud 64,2 17,8 18,0 791261
Italia 69,7 19,7 10,6 1740931

 

Nota: dati ufficiosi. Sono escluse le circoscrizioni estere.

Fonte: nostra elaborazione su fonti giornalistiche e dei siti regionali del PD.

 

 

[“Questioni Primarie” è un osservatorio sulle primarie. È un progetto di Candidate & Leader Selection, realizzato grazie alla collaborazione con l’edizione online della rivista “il Mulino” e il coinvolgimento dell’Osservatorio sulla Comunicazione Pubblica e Politica dell’Università di Torino. Qui i numeri completi di “Questioni Primarie” 2017.]

 

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