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Primarie Pd a confronto: un partito di elettori con un cuore di centrosinistra

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Nessuno forte spostamento al centro dei partecipanti al voto 2017 rispetto a 4 anni fa. Ecco il ritratto ‘in parallelo’ delle primarie Pd

di LUCIANO FASANO (Università degli Studi di Milano)

Pubblichiamo un articolo estratto dalla newsletter Questioni primarie, che analizza i temi legati al voto, al congresso e alla mobilitazione di elettori e simpatizzanti del Pd.

Il Partito Democratico nasce come partito al tempo stesso di elettori e iscritti, con l’ambizione di raccogliere il consenso di un elettorato di centro-sinistra, ma non solo, su una linea politica riformista e di governo. In questo partito, iscritti ed elettori si ritrovano insieme in un passaggio fondamentale della vita democratica interna, corrispondente alla scelta del proprio segretario, che in pectore dovrebbe anche rappresentare la candidatura più autorevole per la guida del governo.

Per questo motivo, una fotografia del profilo politico degli elettori che hanno partecipato alle primarie di domenica scorsa, confrontata con quella di un’indagine equivalente condotta nel 2013, può risultare particolarmente utile per comprendere quali caratteristiche stia assumendo questo partito.

In questa come nelle precedenti occasioni, il popolo delle primarie PD è in larga parte costituito da elettori che si considerano di centro-sinistra e che sono tendenzialmente molto interessati alla politica. Si tratta del 47% degli intervistati attraverso il nostro sondaggio, esattamente come accadde quattro anni fa. Anche se rispetto al 2013 oggi si riscontra un sensibile incremento di coloro che si collocano al centro (+2%) e una pressoché equivalente diminuzione di coloro che si collocano a sinistra (-2,5%).

Perciò il secondo mandato renziano si inaugura con il viatico di un elettorato che politicamente è molto simile a quello del 2013, mentre lo sfondamento al centro che molti osservatori avevano pronosticato, in virtù delle caratteristiche politiche del neo-segretario, in realtà non si è verificato.

Qualche significativa differenza si riscontra rispetto al profilo dei singoli candidati, sebbene anche in questo caso la collocazione politica dei sostenitori di Renzi, al pari degli elettori dei suoi competitor, risulti – a parità di ruoli – simile a quella emersa nel 2013. In entrambe le occasioni, infatti, le caratteristiche degli elettori del candidato vincente, così come quelle degli elettori del suo principale sfidante e dei sostenitori dell’outsider, sono sostanzialmente le stesse.

Oggi come nel 2013, coloro che hanno votato Renzi si considerano in maggioranza (50%) elettori di centro-sinistra, mentre gli elettori del suo principale oppositore, cioè Orlando, al pari di quelli di Cuperlo nel 2013, sono più equamente distribuiti fra sinistra (47%) e centro-sinistra (44% nel 2013 e 45% nel 2017). Infine, gli elettori dell’outsider Emiliano, così come quelli di Civati nel 2013, si contraddistinguono per l’essere in prevalenza più di sinistra (57% con Civati nel 2013 e 44% con Emiliano nel 2017).

In questo senso, la domanda politica espressa alle primarie dai selettori del PD conserva la sua struttura nel tempo, trovando corrispondenza in un’offerta politica che cambia nominalmente rispetto ai candidati in lizza, ma che resta la stessa rispetto ai ruoli che essi interpretano: il depositario della tradizione socialdemocratica da un lato (Cuperlo nel 2013 e Orlando nel 2017), il battitore libero del voto di protesta dall’altro (Civati nel 2013 e Emiliano nel 2017).

La forma organizzativa del PD è chiaramente condizionata dalla centralità delle primarie come meccanismo di regolazione della democrazia interna e di selezione della leadership. Fra gli elettori di domenica scorsa, così come fra quelli del 2013, prevalgono nettamente coloro che non sono iscritti al Partito Democratico, pari rispettivamente al 70% e al 72,7%. E anche in questo caso, uno sguardo al profilo dell’elettorato dei diversi candidati può fornirci qualche ulteriore indicazione. Perché se nel 2013 poco meno della metà degli elettori di Cuperlo (48,6%) aveva in tasca la tessera del PD, mentre soltanto il 23,5% degli elettori di Renzi era iscritto al PD, oggi la percentuale degli iscritti al partito che hanno votato Renzi (30%) e Orlando (32%) è quasi la stessa. Così come la percentuale degli iscritti che hanno votato il candidato outsider è sia nel caso di Civati nel 2013 (20,3%) sia per Emiliano nel 2017 (25%) significativamente più bassa, aggirandosi fra un quinto e un quarto dei rispettivi elettorati.

Con ciò, la discriminante che nel 2013 faceva del candidato interprete della tradizione socialdemocratica il riferimento privilegiato degli iscritti al partito nel 2017 perde definitivamente di significato, facendo al tempo stesso venir meno quella contrapposizione fra iscritti ed elettori, membri della ditta e cittadini della società civile, che in passato aveva alimentato una parte significativa del confronto politico interno.

Un riscontro simile si ha anche rispetto all’intenzione di iscriversi al partito, che nel 2013 rappresentava chiaramente una variabile discriminante fra i sostenitori di Renzi, in larga maggioranza (56%) orientati alla non iscrizione, e quelli di Cuperlo, in prevalenza (52%) propensi all’iscrizione, mentre oggi vede la maggior parte degli elettori di Renzi (50%) e di Orlando (52%), probabilmente per ragioni diverse, privi di interesse nei confronti dell’iscrizione al partito.

Particolarmente alta resta la percentuale di coloro che non sono intenzionati a iscriversi al PD fra le fila degli elettori dell’outsider, che con sia Civati nel 2013 sia con Emiliano nel 2017 arriva addirittura al 59%. E anche in questo caso, la distinzione che intende il candidato interprete della tradizione socialdemocratica come destinatario di una promessa di iscrizione perde di significato. Mettendo in luce come il confronto interno al partito non possa più essere condotto attraverso una dialettica volta a rappresentare presuntivamente le istanze degli iscritti o di coloro che intendono iscriversi a breve al PD.

Emerge così l’immagine di un PD che è sempre più un partito degli elettori, nel quale l’ancoraggio al centro-sinistra resta il tratto politico più evidente, e che nel passaggio dalla prima alla seconda segreteria Renzi si consolida nel rapporto diretto fra gli elettori stessi e il suo leader. L’idea di partito organizzato che nel 2009 e nel 2013 aveva trovato il proprio interprete più fedele nel candidato espressione della tradizione socialdemocratica e che fino a ieri aveva tenuto banco nel confronto fra la maggioranza renziana e le minoranze interne non ha più presa. Con il secondo nuovo inizio del renzismo l’appartenenza partitica non è più una dimensione discriminante.

“Questioni Primarie” è un osservatorio sulle primarie. È un progetto di Candidate & Leader Selection, realizzato grazie alla collaborazione con l’edizione online della rivista “il Mulino” e con il coinvolgimento dell’Osservatorio sulla Comunicazione Pubblica e Politica dell’Università di Torino.

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